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La tela sembra
da riferire al bolognese Orazio Samacchini, sensibile al manierismo
internazionale di Spranger o di Goltzius. Questo aspetto della sua
cultura, ancora non ben conosciuta, è apparso a Bologna a
Palazzo Vizzani e a Città di Castello a Palazzo Vitelli.
Il Winkelmann ha attribuito a Samacchini "Venere e Amore
(Zagabria, coll. privata) che rappresenta un tema vicino a quello
della tela di Mantova, evidentemente basato su un motivo che ispirò
il Parmigianino, così come Paolo Veronese e, più tardi
Watteau. Del resto la tela di Palazzo d'Arco manifesta uno spiccato
classicismo: la posa della Venere ricorda, contemporaneamente, sia
la Leda di Leonardo sia la Galatea di Raffaello,
inoltre la composizione rammenta antichi cammei. Il tema, uno degli
"Scherzi d'amore" di Odoardo Fialetti "Venere che
disarma amore, è un appello all'assopimento della passione
e al termine degli eccessi amorosi, un tema casto, in contrasto
con la sensuale nudità della Venere, commentato simbolicamente
dallo scorrere dell'acqua della fontana, e dalla coppia delle colombe
ai piedi della Dea, che rifiuta di cedere alle suppliche d'Amore
rivendicando invano la freccia che ella gli ha sottratto.
S.B.
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